Eventi Campagne Mostre Mediateca Saggi Formazione
Fondazione Patrocini Press Contatti
Fondazione Pubblicita' Progresso
Home Page
Mappa
Credits
Blog
Registrati
Login
Dimenticata password
Eventi Comunicazione sociale e Societa' Media

Alla ricerca del bello, del giusto e del vero

di Alberto Contri

Sono intimamente convinto che qualsiasi tipo di sviluppo possa avvenire solo se le esperienze che ne sono alla base vengono comunicate e quindi condivise. E se la pace corrisponde allo sviluppo, nel senso che grazie a quest'ultimo i popoli crescono, l'economia gira, innovazione e istruzione si potenziano, anche e soprattutto l'esperienza di questa pace si moltiplica se viene comunicata.
Ma è di questo che ci parlano oggi i media nel loro complesso? Dicono la verità, si occupano del bello e del vero? La risposta non può essere positiva. Eppure ogni momento della nostra esistenza dovrebbe tendere alla ricerca del vero, del giusto, del bello. Qualunque cosa facciamo, si tratti di studio, di lavoro, ma anche di divertimento. Purtroppo non è quello che sembra accadere di norma: e già sessant'anni fa, ne I cori da "la Rocca", Eliot segnalava che «gli uomini hanno abbandonato tutti gli dei, tranne il denaro, il potere, la lussuria».
Altro che ricerca del bello, del giusto e del vero. Figuriamoci poi se volgiamo lo sguardo a settori come quelli della tv privata e pubblica, dove questo dovrebbe essere l'imperativo categorico di tutti i giorni, laddove invece il potere e il denaro sono sempre ai primi posti.
I professionisti delle aziende editoriali dovrebbero stare un po' più spesso in compagnia delle Memorie di Adriano della Yourcenar, dove l'autrice mette in bocca all'imperatore questa impegnativa dichiarazione: «Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo».
Una confessione dalla quale traspare un potente desiderio di ricercare un accordo tra la felicità e il metodo, tra l'intelligenza e la volontà.
Ma perché, proprio nelle imprese che “maneggiano” l'estetica, è così difficile riscontrare l'atteggiamento dell'imperatore Adriano?
Alcune spiegazioni ci sono, e credo valga la pena esaminarle attentamente. Innanzitutto non possiamo non notare come l'allargamento del ruolo della comunicazione e della informazione a principale fattore di ordinamento della convivenza umana abbia fatto sì che, con il declino delle grandi agenzie di senso (siano esse religiose o ideologiche) le preoccupazioni della società occidentale venissero espresse non più in termini etici (il giusto) ma in termini estetici (il bello).
Trasferito in campo televisivo, potremmo dire che al concetto di utilità si sostituisce quello di gradimento; al concetto di bene, quello di ascolto.
Per la verità non si tratterebbe di una sostituzione grave, se il concetto di "bello", e in generale le categorie dell’estetica, avessero conservato ancora una loro intima relazione con i concetti di verità e di giustizia. Invece è venuta meno, sembrerebbe irrimediabilmente, la stessa solidarietà che in tutto il pensiero classico e in molta parte del pensiero moderno ha caratterizzato il rapporto tra il vero, il bello, il giusto.
La vera etica (il giusto) nasce dalla ontologia (dalla verità e dalla sua conoscenza).
Un'estetica che non sia lo splendore del vero e del giusto è condannata a una mortale contraddizione tanto più stridente quanto più estremo è l'impiego che se ne fa: non bastano i violini per coprire gli orrori di Auschwitz. Come non basta un bel montaggio per nascondere la faziosità.
Nella sua lettera agli artisti (era la Pasqua del 1999) Giovanni Paolo Il richiamava con forza, oltre che allo splendore del vero e del bello, alla valutazione dell'importanza del problema antropologico, sottolineando che uno degli errori degli artisti moderni è quello di separare il problema
del bello dal problema dell'uomo. In quella lettera, da rileggere, si sottolineava il fatto che l'uomo, prima ancora che un creatore del bello, è uno che lo cerca e che ne segue le epifanie. Ogni vero artista sa che il bello non è solo un prodotto delle sue mani, ma è qualcosa a cui egli ha attinto e obbedito. Lo diceva Dante, lo affermava Eliot, lo scriveva Baudelaire.
Oggi invece prevale un concetto di bello come pura realizzazione tecnica, come montaggio: tv e cinema per loro stessa natura possono essere i luoghi supremi di questa ambiguità. Non che non occorrano la tecnica e il "Iabor", ci mancherebbe, ma l'esperienza della bellezza si connota innanzitutto come apertura a un livello del gratuito e del misterioso che opera nel mondo.
A un livello ancor più radicale, c'è chi sostiene la necessità di coltivare la virtù dell'ambiguità per poter meglio permettere all'uomo di adattarsi alle sorprese del futuro.
In questo secondo caso la negazione di una possibile soluzione positiva del problema conoscitivo (in sintesi: la verità non esiste, e la storia ci ha cinicamente impedito di sperare in un mondo
migliore) sembrava rendere possibile solo la ricerca di qualche certezza parziale, la più adatta al momento, la più conveniente.
Nell'apparente modernità di questa comunicazione non ci sono vincitori perché tutti sono stati
vinti: chi aveva ragioni teoriche non ha saputo dimostrare nei fatti che tenere insieme il bello, il giusto e il vero rendeva più interessante il compito di mostrare e spiegare il mondo; chi ha rotto l'unità tra verità, bellezza e giustizia ha reso di fatto incomprensibile il mondo.
Il futuro dell’Occidente è segnato dal problema della compatibilità dello sviluppo: in particolare è segnato dal dominio della tecnica e dal conseguente problema dell'omologazione derivante dalla globalizzazione; per converso si fanno sempre più acuti e gravi i rischi di scontro tra le civiltà, anticipati dai nuovi flussi migratori sud/nord e dalla minaccia dell'lslam fondamentalista.
Nel frattempo fa il proprio ingresso dirompente quella ingegneria genetica dal cui grembo possono uscire soluzioni anche devastanti ma comunque rivoluzionarie per il nuovo secolo che si è aperto. Esiste per contro una quotidianità di accoglienza e di costruzione di una società più solidale, che interessa un numero crescente di persone soprattutto giovani - e che costituisce un racconto di per sé ben più commovente ed emozionante di tante fiction studiate a tavolino e di tanti falsi reality show.
Ce lo siamo già domandato e lo ripetiamo: è di questo che ci parlano i media di oggi?
Nonostante il tentativo di conformare la realtà alle parole, la realtà è e rimane a disposizione di chi intenda incontrarla, interrogarla, rappresentarla senza la pretesa di esaurirla ma anche senza la tentazione di ridurla alle proprie categorie e rappresentazioni.
Ce lo ha mirabilmente ricordato Hannah Arendt, con il suo Il pensiero secondo. L'essere, l'esserci delle cose, viene prima del pensiero.
Quando Popper ha insignito la televisione del titolo di "cattiva maestra" ha a sua volta voluto ricordarci che l'informazione degenera in deformazione proprio a causa di un rapporto falsificato e perciò falsificante con la realtà.
Il problema di cosa sia la realtà è l'altra faccia del problema della verità. Domandarsi se esista la verità equivale a domandarsi se esista la realtà. Così come nessuna persona minimamente ragionevole concluderebbe che la realtà non esiste solo perché essa è difficilmente interpretabile e catalogabile, altrettanto dovrebbe essere detto e fatto a proposito della verità, la quale non cessa di esistere per il solo fatto di essere (spesso, ma non sempre) difficilmente conseguibile. Se si parte dal fatto che l'uomo non può raggiungere la verità o che la verità non esiste, a parte il fatto che tale affermazione si autocontraddice, si rende impossibile alla radice ogni possibilità di informare.
L'impossibilità di informare la si ottiene anche se si intende per verità quella creata dal pensiero individuale e lì circoscritta: il fatto di non possedere un riferimento comune al di fuori di ogni soggetto vanifica alla radice l'informazione.
Per salvare ciascuno di noi dalle manipolazioni degli altri e dalla nostra stessa capacità di manipolazione occorre tornare a esercitare la riflessione, ovvero osservare la realtà lasciando che attraverso il continuo paragone con essa si formi quel senso critico che è il bene più prezioso della società della comunicazione e dell'informazione. Il senso critico nasce nella persona innanzitutto come paragone tra le esigenze della propria ragione e del proprio cuore di oggi, con i suggerimenti e le proposte che gli vengono da una tradizione che lo precede.
Il senso critico quindi non può nascere dal nulla, ma dentro un paragone serio con quanto l'individuo riceve dalla tradizione da cui proviene (famiglia, comunità, nazione, religione, arte, ma anche partito o movimento). Un uomo senza tradizione e senza verifica di essa nel presente non ha cultura: al massimo ha una buona adattabilità alle mode, una educata passività a ciò che passa il convento più forte del momento.
Dietro tale rinuncia vi è una stanchezza della mente, dello sguardo e del cuore: un affievolimento della fiducia nella ragione, nella sua capacità di afferrare la realtà, di rappresentarla secondo giustizia (cioè anche nella sua valenza drammatica) trovando la cifra estetica affinché il sapere e il conoscere diventino una declinazione del bello.
lo non rinuncio a credere che sia possibile (e sono certo che molti la pensano così), sulla base di una comune passione per l'umana avventura, riformulare un'idea di comunicazione e di informazione che si riappropri della funzione di introdurre al bello e di valorizzare ciò che è giusto.
Uno dei modi con cui potremmo definire il giusto, con il linguaggio moderno della comunicazione, è l'utilità sociale. L'utilità può essere rappresentata dall'indice di ascolto. Dal profitto. Dal clamore. Dal potere. Dal successo.
Può essere anche rappresentata dalla crescita di una comunità solidale. In quest'ultimo caso il criterio di scelta avrà come riferimento un'idea di bene comune vasta, articolata, positiva e propositiva. Per concludere, vorrei ribadire che sono due le cartine di tornasole che rendono giustizia del bello/giusto/vero: la realtà e la memoria.
La realtà come gusto del reale, curiosità del presente, stupore per le evidenze che sfuggono ai pregiudizi e ai paraocchi ideologici. Perché la realtà, se si è in una posizione umanamente autentica, azzera ogni pre-idea su di essa. E ti fa magari scoprire per esempio che destra e sinistra sono spesso costruzioni irreali. Prendiamo il Gaber nella sua ballata Destra-sinistra:

Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra [. .. ]
L'ideologia, l'ideologia
malgrado tutto credo ancora che ci sia
è il continuare ad affermare
un pensiero e il suo perché
con la scusa di un contrasto che non c'é
se c'è chissà dov'è, se c'è chissà dov'è.

Oltre alla realtà c'è la memoria, la voglia di capire il passato senza sbarazzarsene, la consapevolezza di venire da un posto, da un popolo, da una lingua, da una tradizione (anche se la si mette in discussione). E inevitabilmente genera appartenenza in chi la vive, crea unità, rompe il pregiudizio ideologico, fa confidenza e persino tenerezza.
Ancora Gaber nella Canzone dell'appartenenza:

L'appartenenza è assai più della salvezza personale
è la speranza di ogni uomo che sta male
e non gli basta esser civile.
È quel vigore che si sente se fai parte di qualcosa
che in sé travolge ogni egoismo personale
con quell'aria più vitale
che è davvero contagiosa.

Il prezzo da pagare nell’escludere realtà e memoria dal proprio orizzonte, è quello del conformismo, dell'assenza di ogni identità. Di nuovo Gaber, che ha lasciato un vuoto ben più grande di quanto molti potessero immaginare:


Il conformista è un uomo a tutto tondo
che si muove senza consistenza.
Il conformista s'allena a scivolare
dentro il mare della maggioranza
è un animale assai comune
che vive di parole da conversazione
di notte sogna e vengon fuori i sogni di altri sognatori
il giorno esplode la sua festa
che è stare in pace col mondo e farsi largo galleggiando.

Coltivando l'identità e approfondendo l'appartenenza ci si mette sulla giusta strada nel perseguire il bello, il giusto, il vero. Ricostruendo i legami spesso tagliati tra senso ed estetica, tra significato e linguaggio, ricordando che la forma è essa stessa contenuto. Motivo per cui la ricerca della bellezza diventa un'irrinunciabile ricerca di senso. Persino i matematici, in fondo, dovendo scegliere tra due formule per dimostrare un teorema, scelgono sempre la più elegante. Perché non dovrebbe comportarsi così chi si occupa di comunicazione?