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Eventi Comunicazione sociale e Societa' Media

Informazione, si fa presto a dire cultura

di Alberto Contri

DISCUSSIONI: un consigliere d’amministrazione della Rai lancia un appello sulla necessità di dare alle parole il loro giusto significato

Sono state recentemente presentate, ad opera della Fondazione Italianieuropei, una serie di interessanti tesi sullo sviluppo dell'industria della comunicazione, elaborate da un assai qualificato gruppo di operatori e studiosi appartenenti alla sinistra riformista. In tali tesi ricorrono sovente alcune parole di cui è sempre più urgente chiarire il significato. Ad esempio, quando si parla di cultura o di servizio culturale cosa si intende? Se non tentiamo di fare un po’ di luce su questo punto, il pericolo è che sotto questo termine passi talmente di tutto da trasformare la discussione in un grande dialogo tra sordi.
lo penso che per cultura si dovrebbe intendere il senso critico, vale a dire quell'attitudine naturale dell'uomo a leggere l'esperienza e a giudicarla secondo criteri che egli ritiene validi e suoi, non impostigli da alcuno o dall'abitudine. Non è una questione di erudizione o di competenze: è una questione di libertà. Per cui ritengo che per far crescere il Paese, noi dovremmo favorire innanzitutto l'attitudine al senso critico: è così che possiamo davvero servire la libertà.
Ma il senso critico nasce nella persona innanzitutto come paragone tra le esigenze della propria ragione e del proprio cuore di oggi, con i suggerimenti e le proposte che gli vengono da una tradizione che lo precede. I1 senso critico, insomma, non nasce nel nulla, in un vuoto, ma dentro un paragone serio con quanto l’individuo riceve come proposta dalla tradizione da cui proviene (famiglia, comunità, nazione, religione, arte, anche partito o movimento ... ).
Un uomo senza tradizione e senza la verifica di essa nel presente non ha cultura: massimo ha una buona adattabilità alle mode, una educata passività a ciò che passa il convento più forte del momento. Una recente ricerca svolta negli Stati Uniti denuncia il fatto che lo stragrande maggioranza dei ragazzi è completamente priva del senso della storia e della storicità, come se una parte dello prospettiva dello sguardo fosse cancellata. È così solo oltreoceano?
Credo proprio di no: ci accorgiamo quindi di dover fronteggiare anche una questione squisitamente antropologica, con le telecomunicazioni che provocano sensibili mutazioni nella percezione di sé  e del proprio ruolo nell’avventura umana.
Desta tuttavia un certo sconcerto leggere affermazioni secondo le quali “la comunicazione serve a creare nuove identità culturali". Su questo dissento profondamente, perché le identità culturali "pre-esistono" al sistema della comunicazione che esse stesse si danno. Anche se è vero che la comunicazione influenza e arricchisce tali identità, certamente non è in grado di crearle. Basta osservare come nascono sul web le modernissime comunità virtuali: lo nuova agorà telematica consente strepitose accelerazioni e nuove possibilità di soddisfazione a interessi, bisogni, aspirazioni, totalmente pre-esistenti.
 Tra le altre parole che rischiano di confondere, c'è un aggettivo che è divenuto un sostantivo: contenuto, accompagnato dall'aggettivo nuovo. Nelle tesi presentate al seminario di Italianieuropei è stato scritto che il nuovo contenuto più importante da produrre è “Cittadinanza, ovvero inclusione sociale…” Vorrei sottolineare invece che il “nuovo” contenuto partorito dalla stona europea a cui apparteniamo (in tutte le sue tradizioni, cristiana, laica e socialista) - e ben prima che nascesse il sistema delle tlc - è quello di “persona”.
È sulla difesa di questo contenuto che si addensano le minacce e le prove più gravi, in tutti i campi. Il senso delle relazioni che costituiscono la persona (relazioni profondamente influenzate dal sistemo delle tlc) è oggi il contenuto culturale su cui noi ci misuriamo, ad esempio, ogni volta che mondiamo in onda una fiction. La cittadinanza è invece una pura conseguenza.
Noi responsabili del sistema dei media abbiamo oggi un problema prioritario.· la concentrazione. Ma non quella delle proprietà o delle risorse: quella del pensiero. Un pensiero che non perda di vista lo scopo per cui esistono i mezzi che governiamo. E che faccia molta attenzione al significato delle parole.